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venerdì 2 maggio 2014

100

Oggi sarebbero stati 100. Spero che lassù stiate festeggiando alla grande.
Buon compleanno, nonna.

domenica 2 giugno 2013

3 e ½

Quando venivamo a pranzo da te, il tuo sugo era il più buono del mondo, e avrei mangiato tonnellate della pinza che facevi. Certe cose non si possono dimenticare.

Sono passati tre anni e mezzo, eppure in questo giorno festivo che è andato così così non riesco a fare a meno di pensare a te. A quell’ultima volta che ti ho vista, io incartata nel giubbotto, con due giri di sciarpa e i guanti da sci, che avevo fatto la strada in bici, e tu persa nel divano, magrissima com’eri diventata, tutta pelle e ossa, che guardavi, senza rendertene davvero conto, Il re leone. C’è una strana coincidenza in tutto questo. Il giorno in cui vengo a trovarti tu guardi il mio film preferito, come se volessi farmi restare, o qualcosa del genere.
E dire che fino a tre mesi prima stavi ore nell’orto, sotto al sole, e tutti dicevano che a 95 anni una potrebbe anche starsene tranquilla a fare la siesta, altro che uscire a zappare. Ma tu no, tu eri dura, non ti saresti fatta mettere i piedi in testa da nessuno. Hai lottato fino all’ultimo, com’era nel tuo stile. E adesso lo so che stai lì a fare cucù dalle nuvole. Scommetto che ti fai delle grandi chiacchierate con le altre nonne, e potrei giurare che hai anche incontrato la Bahlke, e chissà cosa ti ha raccontato di me. E poi, quando ti stufi di parlare, metti fuori la testa per vedere cosa facciamo, per controllare se i pomodori nell’orto vengono su bene anche senza di te che gli zappetti via l’erba. Forse, anche solo a guardarli, il sugo verrà più buono.

mercoledì 2 maggio 2012

Tanti auguri, nonna

I’ll be there in a heartbeat.

È strano come tendiamo a dimenticare i compleanni delle persone che non ci sono più.
Poi oggi non è stata una gran giornata, e nemmeno ho pensato a lei, avevo delle rogne ben più grosse perché sono ogni giorno più cretina e non sono capace di tenermi le cose per me quando è ora. Ma adesso sono qui per rifarmi, sono ancora in tempo.

My soul is broken
streets are frozen
I can't stop these feelings melting through
and I'd give away a thousand days,
oh, just to have another one with you.

giovedì 16 febbraio 2012

Giovedì grasso

Per mia nonna i crostoli sono un'affare di stato. Bisogna essere in due e c'è tutta una preparazione in stile catena di montaggio perché lei gira la macchina per la pasta (ancora quella manuale) e io porto in giro le strisce di pasta che si fanno sempre più fine e più lunghe. Oggi è stato un giorno di crostoli, così sono andata su armata di grembiule e cellulare, per documentare l'evento. A dire il vero, il 5800 fa delle foto abbastanza schifose ma la macchina fotografica è a caricarsi per il compleanno di domani (vomito), quindi mi sono dovuta accontentare.



Mia nonna non è abituata a cucinare con un paparazzo tra i piedi.







Le foto non saranno granché, ma vi garantisco che i crostoli sono buonissimi.

giovedì 7 luglio 2011

Project 52: 18/52

– cosa facciamo, nonna?
– ci sediamo qua e guardiamo i passeggeri.

domenica 1 maggio 2011

Beato

Se mi sbaglio,
mi corigerete.

Ciao, Karol. Scusa se ti do del tu, ma noi ragazzi di oggi siamo fatti così e le buone maniere non ci entrano tanto in testa. Ho saputo che il primo che si è azzardato a darti del tu è stato un operaio della Montedison, e ha creato un precedente. Qualcuno ti chiamava nonno, qualcuno ti chiamava papa, qualcuno scandiva il tuo nuovo nome, Giovanni Paolo, battendo le mani.
Quando te ne sei andato, quella sera, quel quattro aprile di sei anni fa, era sabato. Io ero a casa, stavo ascoltando musica, me lo ricordo, quando mia madre è venuta a dirmi “è morto”. Non c’era bisogno di specificare chi. Da giorni in tivvù non si parlava d’altro, come adesso non si parla d’altro che del matrimonio del principe William. Ricordo di aver detto qualcosa come “ah” oppure “va bene”. Interessamento sottozero. La verità è che piangi dopo. Piangi quando te ne rendi conto. E forse, piangi quando sai davvero cosa vuol dire.
Ieri sera sul due hanno fatto uno speciale su di te. Hanno parlato di quello che hai fatto, di cosa sei stato. E io lo sapevo, ancora prima di sedermi davanti alla tivvù, lo sapevo che avrei pianto. Chi mi conosce sa che trovavo (e trovo tuttora) insopportabile l’angelus durante il pranzo della domenica e tutto quel genere di cose. Eppure, pur odiando con tutta me stessa quel signore vestito di bianco che mi rovinava il pranzo e i miei che gli andavano dietro, quando non ci sei più stato si è vista la differenza. Il pastore tedesco non mi piace, diciamo la verità. ma adesso non ho voglia di parlare di lui.
Certe volte mi chiedo come facevi. Ti ho conosciuto vecchio e malato, con quella mano che non stava ferma, col bastone per dare addosso anche ai giornalisti, con la testa curva e le parole strascicate. Ma eri forte, andavi avanti e tutti ti volevano bene.
Certe volte penso alle immagini che ci facevano vedere in tivvù, quella memorabile in cui seduto sul trono, vecchio e stanco, agitavi le mani a tempo di musica insieme ai ragazzi. Penso che se hai attorno così tanta gente che ti da così tanto calore, che ti vuole così bene, che ti interrompe per applaudirti e non ti fa neanche finire di parlare, allora puoi fare cose straordinarie. E le hai fatte. Dopotutto, la metà dei cardinali polacchi sciava, no?
E penso che se nella tua vita dai tanto, poi potrai ricevere altrettanto. Me la ricordo la gente in Piazza San Pietro gli ultimi giorni. Me la ricordo e mi chiedevo cosa andassero a fare, dato che non ti avrebbero visto. Ma a loro non interessava vederti. Loro semplicemente c’erano. Tu li avevi cercati e loro erano venuti da te.
Ricordo che un giorno stavo andando in stazione a prendere la corriera e davanti a me camminava un ragazzo con l’Eastpak. Gli Eastpak sono fatti apposta per scriverci sopra e tutto il resto. Aveva una frase scritta sulla tasca: “Non c'è speranza senza paura, non c'è paura senza speranza. Giovanni Paolo II”. Non so se fosse mai venuto a vederti. Mi domandai perché avesse scelto di citare te quando tutta la gente della nostra età scrive sullo zaino frasi di Vasco o Bob Marley.
E poi, la tua ultima apparizione pubblica. Dentro alla bara, in realtà. Rivederlo ieri sera mi ha fatto piangere, il che sembra abbastanza normale considerato ciò che ho detto finora in proposito. Ma il fatto è, secondo me, che piangevo perché sapevo cosa veniva dopo. La bara in sé non ha niente di speciale. Neanche sapere che dopo ti avrebbero messo su quel tappeto e ci avrebbero appoggiato il vangelo aperto, farebbe piangere. Quello che fa piangere è vedere che le pagine girano, girano col vento fino alla fine e poi anche la copertina si chiude, come se una mano invisibile la girasse, per decretare che quella è davvero la fine.
Il fatto è che me ne sono resa conto troppo tardi. Ho saputo cosa significa fine solo quando è  morta mia nonna. Forse l’hai vista, sono sicura che c’è anche lei lassù. Sono sicura che lo sa che mi manca, ma se la incroci puoi sempre ricordarglielo che non si sa mai.
Quand’è morta, un amico mi aveva avvertito: quando sarà nella bara aperta penserai che sta dormendo. Quando la chiuderanno penserai che forse le resta lo stesso un po’ di aria e se si sveglia bussa. Ma quando metteranno la lastra di marmo e chiuderanno la tomba, saprai che è finita davvero. E allora crollerai.
E dopo che sei crollata una volta, non ci vuole molto a ripeterlo. E quel vangelo che si chiude del tutto è un buonissimo motivo per crollare.
E sì, lo so, c’è la resurrezione e tutto il resto ma io sono appiccicata alla vita con tutte le mie forze, e non riesco a darmi torto, dopotutto.
Oggi ti hanno fatto beato. Adesso, se ci penso bene, avrei voluto essere anche io tra quelli che chiedevano “santo subito” quel giorno a Roma. Ma ancora non capivo.
Non so come può essere che una persona che non hai mai incontrato manchi, ma succede. Forse ti volevo più bene di quanto dimostravo al mondo.

giovedì 2 dicembre 2010

Ma non è facile, lo sai

Una bella favola mi ha raccontato che
là sopra il tetto azzurro dell’immensità
con prati ed alberi
c’è un giardino che confini non ne ha
[…]
su questa terra un fiore nuovo spunterà
sarà bellissimo
dal profumo che fa un gesto di bontà
e già l’aspettano.
Il dolore di un lutto si articola in cinque fasi:
1. negazione
2. rabbia
3. auto-recriminazioni
4. depressione
5. accettazione
Mia nonna è morta un anno fa.
Sono passata dalla negazione alla rabbia alle auto-recriminazioni più o meno in un paio di ore. Mi ricordo. Mi ricordo di come all’inizio non mi cambiava la vita, di come mi sono poi resa conto che non ci sarebbe più stata, di come ho pianto perché egoisticamente la volevo ancora con noi.
Sono arrivata alla fase cinque, anche se in particolari momenti tendo a scivolare nuovamente nella fase quattro.
La verità è che, pur non avendola mai considerata molto, manca. Manca perché ti accorgi delle cose che non ci sono quando non le hai più.
L’altroieri sono stata in cimitero. Mi andava. Erano le cinque meno qualcosa, e non si vedeva niente, solo le luci delle tombe, tutte uguali. Una volta mio nonno aveva la lampadina rossa, ma ora che l’hanno cambiata non si vede più, ora è uguale alle altre e non illuminano nemmeno la foto sulla lapide, figurarsi il pavimento.
Non ho cantato, non ho parlato, non ho pregato. Sono stata lì a guardare le due lapidi vicine, pensando a ciò che mi aveva detto un amico. Quando la chiuderanno, allora saprai che è finita davvero.
Ma ricorda, kat, Don Bepi dice che stanno lì a dormire. La morte non esiste, perché Dio ha creato l’uomo eterno. La morte è un’invenzione dell’uomo.
L’ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte (1Cor 15,26)
Perciò, nonna, se tu adesso stai bene dove sei, se è vero che la morte è solo un’invenzione, vuol dire che un giorno ci vedremo di nuovo. Vuol dire che potrò chiederti scusa per quando non si sono stata. Vuol dire che potrò ancora stare sotto al tuo ombrello come quando ero piccola ed eravamo felici.
E se mi viene da piangere mentre ci penso, se le lacrime cadono sulla tastiera senza che io possa fermarle, se scrivo ad occhi chiusi perché non ci vedo fuori, non vuol dire che sono triste. Forse sto solo aspettando che arrivi quel momento, perché adesso manchi.

Cos’è una goccia d’acqua se pensi al mare
un seme piccolino di un melograno
un filo d’erba verde in un grande prato
una goccia di rugiada, che cos’è?
[…]
qualcuno dice “un niente”, ma non è vero.

lunedì 1 novembre 2010

Trentatrentunouno

Il fatto è che quando sto bene (voglio dire, mediamente bene, senza troppe rogne e cose del genere) non sono ispirata di scrivere. Quindi non passo neanche di qui. Per fortuna, i blogghi non fanno la polvere e quando li riprendi in mano è di nuovo tutto come prima.

Riassunto delle puntate precedenti:

30/31 ottobre: beware of the (empty) pumpkins

Io (vampira), Ele (piratessa),
Giulia (fantasma dell'ottocento), Beatrice (non si sa)
© Marco

Sabato 30 abbiamo fatto la festa di halloween del kemma. Gradito il costume, premiato quello più spaventoso. Alla fine, una mezza schifezza. Lo standard di divertimento dei bambini di 10-13 anni è il seguente: casinocasinocasino, patate fritte e cocacola. Stop. Puoi cercare di coinvolgerli in tutti i modi, ma la verità è che non funziona. Se poi ci aggiungiamo che anche i grandi non combinano niente di buono, io posso anche correre avanti e indietro col mio mantello frusciante ma non serve a niente. Non serve, e alla fine del pomeriggio sei talmente amareggiato e stanco che te la prendi anche con chi non ha fatto niente, vorresti solo perderti in un abbraccio e dimenticarti tutto, pulirti la faccia dalla palata di bianco che ti sei messa per essere più rediviva e farti dare un bacio, essere felice e basta.

1 novembre: tutti i santi
Tutti i santi vuol dire processione in cimitero. Come ci ripete sempre Don Bepi, “cimitero” è una parola greca che significa “dormitorio comune”. Non ho paura dei cimiteri, come in genere la maggioranza della gente che conosco. I morti non vengono di sicuro su dalle tombe, a meno che non sia un film di zombie, o che non sia halloween.
Ma io oggi non volevo andarci. A parte il fatto che pioveva, e in genere Don Bepi è ragionevole e con la pioggia non si processiona (ma oggi sì), io sapevo già che mi avrebbe fatto male. Io lo sapevo. Lo sapevo. Perché finché eravamo in chiesa a cantare le solite quattro canzoni a cappella, sarei stata lì anche tutto il pomeriggio, ma quando siamo usciti, quando hanno iniziato a cantare quella dannata canzone “io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore” dentro di me si è rotto qualcosa e ho iniziato a piangere. E io lo sapevo.
E davanti alla tomba di mia nonna, non ho potuto fare altro che piangere ancora. E poi  è arrivata quella deficiente di mia cugina (perché ad una persona del genere non si può dire altro) che ha almeno 45 anni e, come se fosse la cosa più normale del mondo mi ha chiesto se stavo male che avevo tutti gli occhi rossi. In quel momento mi sono rimessa a piangere, lontano da lei. Perché il fatto è che se tu e quella scema di tua madre non avete versato una lacrima che fosse una quando è morta mia nonna (rispettivamente sua nonna e sua madre), non vuol dire che anche gli altri non lo facciano. Io non so quanto ho pianto. Io non ho fatto altro che piangere, tutta la sera, tutto il funerale, tutto il tempo al cimitero e tornando a casa. E oggi. Oggi, quelle canzoni.
« Forse noi non abbiamo il diritto di piangere come stiamo facendo, perché così facendo ci dimostriamo solo egoisti, facciamo vedere al mondo che non ci rassegniamo al fatto di averla persa per sempre, senza pensare che invece lei ora molto probabilmente sta bene, non sente più niente ed è felice. »