Da non
credere. Oggi è il mio compleanno e mia nonna viene giù a farmi gli auguri e
poi si mette a parlarmi del bambino di mia cugina e del nipote di questa e del
figlio dell’altra, che non trovano lavoro. Le ho detto in faccia “non mi
interessa”, e se l’è anche presa. Cazzo, è il mio compleanno, mi preoccupo
delle rogne degli altri per gli altri 364 giorni.
E la cosa più spettacolare è che invece, gli altri, mi snobbano gli altri 364 giorni, e anche oggi, se solo Facebook non glielo ricorda.
Giornata rovinata. Ho appena finito di piangere.
Visualizzazione post con etichetta pianto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pianto. Mostra tutti i post
martedì 15 ottobre 2013
lunedì 14 ottobre 2013
Povertà
Oggi pomeriggio ero con
mio padre a fare la spesa al discount. In realtà non avremmo bisogno del discount,
non siamo ancora così poveri, ma risparmiare qualche euro fa sempre comodo. Quando
siamo andati in cassa, dietro di noi c’era un signore anziano, penso avesse sui
75 anni, che aveva in mano una confezione con una pagnotta già a fette, e un
panettone piccolo, di quelli un po’ schiacciati, di seconda scelta. Aveva
girato per gli scaffali un pezzo, probabilmente per controllare bene tutti i
prezzi e scegliere le cose meno costose. Al momento di appoggiare in cassa la
roba, il pane a fette era tornato sullo scaffale. Io non ci avevo fatto caso,
me l’ha detto mio padre quando siamo usciti e l’abbiamo visto sistemare il
panettone sul portapacchi della bici. È solo una supposizione, ma molto
probabilmente non poteva permettersi entrambi gli articoli. Probabilmente ha
scelto di tenere il panettone perché dovrebbe tirarti un po’ più su.
Mi viene da piangere, a
pensare che ci sono persone ridotte così.
domenica 29 gennaio 2012
Capriole e piscine
Stanotte ho fatto un sogno angosciante, che non sarebbe poi la prima volta, ultimamente sogno molto spesso di piangere per i più disparati motivi. Comunque, quello di stanotte non era tiste, o commovente, ma solo angosciante. Dovete sapere che io ho la fobia delle piscine e dell'acqua troppo alta. Diciamo che fino al ginocchio può andare, poi inizia a venirmi affanno. Al mare, l'ultima volta che si sono andata in vacanza, ci ho messo tre giorni e mezzo ad andare dentro fino alle spalle, naturalmente sempre restando ben incollata coi piedi al fondo (e non parliamo nemmeno di quanto mi facevano paura le onde). Il concetto è che ho il terrore di annegarmi perché so nuotare esattamente come un ferro da stiro.
Insomma stanotte ho sognato che andavo in piscina, che già non aveva senso, e non so nemmeno se ci ero andata io di mia volontà o se, come capita spesso nei sogni, mi sono semplicemente trovata lì senza sapere perché. Comunque ero dentro la piscina e l'istruttore mi diceva di fare la capirola sott'acqua. E io gli dicevo che non ero capace, e poi mi mettevo a piangere e non mi veniva più il respiro. Insomma, cose che capitano sempre quando ho che fare con l'acqua. Pensate perfino che quando mi lavo la faccia, non riapro gli occhi finché non me li sono asciugati. Non so la gente che li tiene aperti in piscina. Mi viene male al solo pensiero. Ma torniamo alla famosa capriola. Me l'hanno fatta vedere i bambini questa estate quando siamo andati al parco acquatico con i centri estivi. Loro si divertivano un mondo. E io, a vederli che andavano sotto con tutta la testa, con gli occhi aperti, con le gambe che scalciavano quasi fuori dall'acqua, mi veniva da soffocarmi per loro.
Alla fine la capriola non l'ho mica fatta, eh. Sono rimasta fuori dalla piscina a piangere e a cercare di respirare finché l'istruttore non mi ha portata via cercando di calmarmi. Poi, grazie a Dio, mi sono svegliata.
Insomma stanotte ho sognato che andavo in piscina, che già non aveva senso, e non so nemmeno se ci ero andata io di mia volontà o se, come capita spesso nei sogni, mi sono semplicemente trovata lì senza sapere perché. Comunque ero dentro la piscina e l'istruttore mi diceva di fare la capirola sott'acqua. E io gli dicevo che non ero capace, e poi mi mettevo a piangere e non mi veniva più il respiro. Insomma, cose che capitano sempre quando ho che fare con l'acqua. Pensate perfino che quando mi lavo la faccia, non riapro gli occhi finché non me li sono asciugati. Non so la gente che li tiene aperti in piscina. Mi viene male al solo pensiero. Ma torniamo alla famosa capriola. Me l'hanno fatta vedere i bambini questa estate quando siamo andati al parco acquatico con i centri estivi. Loro si divertivano un mondo. E io, a vederli che andavano sotto con tutta la testa, con gli occhi aperti, con le gambe che scalciavano quasi fuori dall'acqua, mi veniva da soffocarmi per loro.
Alla fine la capriola non l'ho mica fatta, eh. Sono rimasta fuori dalla piscina a piangere e a cercare di respirare finché l'istruttore non mi ha portata via cercando di calmarmi. Poi, grazie a Dio, mi sono svegliata.
lunedì 23 gennaio 2012
«Sempre»
Stanotte ho finito di rileggere tutto Harry Potter. Potete dire quello che volete, ma ci sono due punti dell'ultimo libro che mi fanno piangere anche se non ne ho la minima intenzione.
Il primo è quando Harry si addentra nella Foresta e capisce che sta andando a morire così apre il boccino e gira tre volte la Pietra della Resurrezione.
Il secondo, e credo che questo sia il più diffuso, è quando Harry vede i ricordi di Piton. A differenza di quello che dicono in molti, non mi fa piangere il fatto che muoia. Fa piangere il ricordo:
«Dopo tutto questo tempo?»
«Sempre» rispose Piton.
L'ho odiato per tremila pagine, ma non posso fare a meno di piangere.
Il primo è quando Harry si addentra nella Foresta e capisce che sta andando a morire così apre il boccino e gira tre volte la Pietra della Resurrezione.
Il secondo, e credo che questo sia il più diffuso, è quando Harry vede i ricordi di Piton. A differenza di quello che dicono in molti, non mi fa piangere il fatto che muoia. Fa piangere il ricordo:
«Dopo tutto questo tempo?»
«Sempre» rispose Piton.
L'ho odiato per tremila pagine, ma non posso fare a meno di piangere.
lunedì 16 gennaio 2012
Film: Il re leone
Essere re vuol dire molto di più che fare quello che vuoi. [...]
Quando moriamo, i nostri corpi diventano erba, e le antilopi mangiano l'erba, e così siamo tutti collegati nel grande Cerchio della Vita.
Cento volte l'ho visto e cento volte ho pianto.
In verità da piccola mi commuovevo solo un po', ma non versavo fiumi di lacrime come invece faccio adesso.
Stasera l'ho riguardato, ho preso il DVD in biblio perché la mia cassetta è quasi defunta, e anche il videoregistratore lo è, perché si è rotto il filo della presa scart (e figurarsi se mio padre lo sistema, ormai si è abituato troppo bene a guardare i film dal mio disco esterno), quindi è la stessa cosa. Volevo vederlo da quando ho saputo che sarebbe uscito in 3D, ma ovviamente nessuno è voluto venire con me al cinema a vederlo, e poi a me il 3D fa venire il mal di testa, anche se per Simba potevo assolutamente sacrificarmi. Insomma mi sono tenuta la voglia fino ad adesso, e stasera mi sono seduta al computer, ho messo il DVD e ho preparato i fazzoletti, perché già sapevo.
Il primo brivido inizia esattamente alla prima nota della canzone, quando sorge il sole e tutti gli animali si radunano sotto alla Rupe dei Re, e continua fino a quando Rafiki alza in aria il piccolo Simba, e aumenta quando le nuvole si aprono e un raggio di sole lo illumina.
Il secondo brivido, con annesse lacrime, arriva alla carica degli gnu. In questa scena ho iniziato a piangere dopo la morte di mia nonna, forse prima non me ne rendevo abbastanza conto. Eppure stasera, per quanto abbia cercato di trattenermi, nel momento esatto in cui scende la prima lacrima di Simba è scesa anche la mia, e non me ne importava niente. Fa piangere e basta, non mi importava che qualcuno mi vedesse.
Il terzo brivido arriva quando Simba vede il fantasma di Mufasa in cielo, e lui gli dice "ricordati chi sei".
Il quarto ed ultimo brivido è quando Simba torna alla Rupe dei Re, sconfigge Scar e sale sulla Rupe per prendersi il suo posto, e sai che è tutto a posto, tutto finito.
Tutto funziona esattmente come la prima volta, diciassette anni fa. E poco importa saperlo doppiare a memoria, ogni volta devi arrivare alla fine e vedere che hakuna matata vuol dire senza pensieri, che l'amore è nell'aria stasera, che Simba è di nuovo il re.
si parla di:
disney,
film,
film d'animazione,
pianto,
recensioni
martedì 3 gennaio 2012
Elogio degli imbranati
La verità è che sono un’imbranata cronica. Che un sacco di cose che richiedono una certa coordinazione, come per esempio i balli di gruppo o i galoppi laterali muovendo le braccia, non mi vengono a meno che non mi metta a pensare solo a quello che sto facendo, evitando anche di respirare. Che sono l’antisportiva per eccellenza e la mia giornata ideale consisterebbe nel dormire 12 ore e passare le altre 12 sul divano a leggere o giocando al computer evitando ogni movimento superfluo.
La verità è che appena faccio il minimo sforzo mi occorre una bombola di ossigeno e mi fanno male muscoli che nemmeno sapevo di avere. E la cosa che agli altri appare peggiore (perché forse lo è, infatti) è che non me ne può fregare di meno. Quasi che me ne vanto.
Io faccio parte di quella schiera di alunni che temono di più le ore di ginnastica che un compito di matematica, che il secondo si può sempre copiare ma la prima devi fare fatica. Io ero quella che la prof (quella vacca) mi metteva 4 e ci provava un gusto tutto particolare a rovinarmi così la pagella, con una materia assurda in cui non si può neanche cercare di capirci qualcosa a casa.
Stasera avrei dovuto andare ad autodifesa, ma sono rimasta a casa. Con questa fanno tre lezioni saltate. Mia madre ha fatto un sacco di terrorismo per spedirmici, ma alla fine sono rimasta a casa di nuovo, perché ho perso tutta la voglia, come se prima ne avessi avuta. Sta iniziando a diventare come le lezioni di ginnastica, che mi sarei buttata giù dal terrazzino del piano atrio piuttosto che andarci. La verità è che voglio mollare, perché andarci non mi piace più. Che poi faccio certe figure di merda davanti agli altri che metà bastano, e che mi sento impedita, e che quando non riesco a fare le cose mi viene da piangere. L'ultima volta che ci sono andata, mi sono messa a piangere ma per fortuna ho fatto in tempo a raggiungere il bagno prima che tutti mi vedessero. Poi a chi me l'ha chiesto ho detto che avevo preso una pacca forte, che era in parte vero. Ma non faceva abbastanza male da piangere, la botta.
I miei possono dire quello che gli pare, io non voglio più andare avanti.
I miei possono dire quello che gli pare, io non voglio più andare avanti.
martedì 29 novembre 2011
Delusione
Ho appena finito di piangere e scrivo con gli occhi ancora rossi e gonfi, perché non scrivere sarebbe peggio. Oggi pomeriggio è uscita la graduatoria del servizio civile, e nel posto in cui avevo chiesto di andare sono terza. Il problema è che c'è un solo posto e se l'è fregato uno che non so nemmeno chi sia. E il problema più grosso, quello che veramente mi ha dato più fastidio del non aver ottenuto il posto, è che la seconda classificata è una ragazza che mi sta sulle palle in una maniera stratosferica, che non so come abbia fatto a prendere tre quarti di punto più di me quando sistema i libri alla rovescia, con la Z in alto e la A in basso (lo so perché ha fatto lo stage in biblio questa estate e dovevamo passarle dietro a sistemare quello che faceva) o forse lo so, ma non posso dirvelo.
Essendo "idonea non selezionata" potrei aspirare a prendere un posto rimasto vacante da qualche altra parte, ma la vedo dura perché quest'anno eravamo davvero una valanga. La verità è che era la sola occasione di avere un lavoro sicuro per almeno un anno e qualcosa di "importante" da scrivere nel curriculum poi. E adesso tutte le speranze di mettere il culo al sicuro si sono sbriciolate ed è quasi Natale e io non so dove sbattere la testa. Riprendere l'uni è fuori discussione, non posso farcela. Non me ne frega di farcela, a dire il vero. Solo a pensarci mi viene il vomito.
Addio stipendio. Addio, reflex.
Essendo "idonea non selezionata" potrei aspirare a prendere un posto rimasto vacante da qualche altra parte, ma la vedo dura perché quest'anno eravamo davvero una valanga. La verità è che era la sola occasione di avere un lavoro sicuro per almeno un anno e qualcosa di "importante" da scrivere nel curriculum poi. E adesso tutte le speranze di mettere il culo al sicuro si sono sbriciolate ed è quasi Natale e io non so dove sbattere la testa. Riprendere l'uni è fuori discussione, non posso farcela. Non me ne frega di farcela, a dire il vero. Solo a pensarci mi viene il vomito.
Addio stipendio. Addio, reflex.
venerdì 4 novembre 2011
Depression
I've got to move on and be who I am
I just don't belong here I hope you understand
we might find our place in this world someday
but at least for now I gotta go my own way
Non so bene cos’ho ultimamente. Non capisco se sono arrabbiata o se sono abbattuta. È che un sacco di cose mi fanno girare le scatole ma invece che prenderle a pugni vorrei solo sedermi in un angolo e piangere fino alla fine delle lacrime.
Ieri sera ero in chat su face con Bruno e ci siamo messi a parlare dell’uni e del servizio civile. Mi ha detto che così perdo un anno, che mi laureo più tardi. Gli ho detto che a dire il vero, me ne frego di laurearmi. Mi ha detto anche che quando sono laureata posso trovarmi un lavoro bello (e questo è tutto da vedere, a dire il vero) e trasferirmi. Non ho la minima intenzione di trasferirmi. I miei sono delle pigne nel didietro, però non mi fa voglia andare via da casa. Specialmente pensare di dormire da sola la notte. Ultimamente ho sviluppato una fottutissima paura dei ladri e se sento anche il minimo rumore non riesco più a dormire. Vabbè, ma ora non c’entra. Quello che mi ha dato fastidio, anche se non è la definizione esatta, è che sia stato uno più piccolo di me a venire a farmi la morale e dirmi cosa devo o non devo fare, uno che un volta lo stavo a sentire io, come se si fossero rovesciate le parti. Cioè, sono sicura che non intendeva impormi niente, voglio dire, erano solo consigli e constatazioni, ma siccome ne ho le tasche piene di gente che mi chiede come sono presa con l’uni e perché ho mollato e cose del genere (e in particolare c’è un sacco di gente che manco mi conosce a chiedermelo), ormai l’argomento mi dà un gran fastidio.
La verità è che non so cosa voglio fare della mia vita, che giovedì vado a fare il colloquio per il servizio civile e spero di prendere un buon punteggio e che mi mandino dove ho chiesto, ma in realtà non me ne frega niente di passare. Voglio dire, ultimamente le cose mi stancano. Qualsiasi cosa. Che sia stare in biblio, che sia guardare la tivvù, che sia stare al computer a cazzeggiare, che sia giocare col gatto.
Sabato prossimo sono stata invitata a una specie di festa di compleanno di un’amica, e non ho la minima voglia di andarci, perché so già che quando il gatto non c’è i topi ballano, quindi immagino che scorrerà alcol a fiumi (e io non bevo), che le ragazze faranno le vacche e balleranno addosso ai pochi ragazzi che ci saranno (e io non sono il tipo), che saranno tutte vestite e truccate come se andassero a un ricevimento (e io non credo proprio) e qualsiasi altra cosa vi possa venire in mente. Ho detto che allora avrei fatto la fotografa, giusto per non stare a fare il soprammobile e a tediarmi tutta la sera in mezzo a gente che non so nemmeno chi sia. Solo che avrei fatto meglio a stare zitta, perché adesso sono davvero costretta ad andarci.
Martedì ricomincia anche il corso di autodifesa, annuale, e gli ho detto che vado perché mia madre ha fatto del terrorismo dicendo che devo muovermi sennò divento sempre più goffa e imbranata e le falde di grasso si moltiplicano (mia madre mi vuole davvero bene), ma non ho assolutamente voglia, a dire il vero. Pensare di pagare per muovermi e anche per tutto l'anno, mi fa venire voglia di dirgli che mi sono sbagliata e non ci vado più.
Voglio scappare lontano e nascondermi da tutto e da tutti.
si parla di:
autodifesa,
bru,
depressione,
dilemma,
fotografia,
pianto,
sono-nella-emme
domenica 1 maggio 2011
Beato
Se mi sbaglio,
mi corigerete.
Ciao, Karol. Scusa se ti do del tu, ma noi ragazzi di oggi siamo fatti così e le buone maniere non ci entrano tanto in testa. Ho saputo che il primo che si è azzardato a darti del tu è stato un operaio della Montedison, e ha creato un precedente. Qualcuno ti chiamava nonno, qualcuno ti chiamava papa, qualcuno scandiva il tuo nuovo nome, Giovanni Paolo, battendo le mani.
Quando te ne sei andato, quella sera, quel quattro aprile di sei anni fa, era sabato. Io ero a casa, stavo ascoltando musica, me lo ricordo, quando mia madre è venuta a dirmi “è morto”. Non c’era bisogno di specificare chi. Da giorni in tivvù non si parlava d’altro, come adesso non si parla d’altro che del matrimonio del principe William. Ricordo di aver detto qualcosa come “ah” oppure “va bene”. Interessamento sottozero. La verità è che piangi dopo. Piangi quando te ne rendi conto. E forse, piangi quando sai davvero cosa vuol dire.
Ieri sera sul due hanno fatto uno speciale su di te. Hanno parlato di quello che hai fatto, di cosa sei stato. E io lo sapevo, ancora prima di sedermi davanti alla tivvù, lo sapevo che avrei pianto. Chi mi conosce sa che trovavo (e trovo tuttora) insopportabile l’angelus durante il pranzo della domenica e tutto quel genere di cose. Eppure, pur odiando con tutta me stessa quel signore vestito di bianco che mi rovinava il pranzo e i miei che gli andavano dietro, quando non ci sei più stato si è vista la differenza. Il pastore tedesco non mi piace, diciamo la verità. ma adesso non ho voglia di parlare di lui.
Certe volte mi chiedo come facevi. Ti ho conosciuto vecchio e malato, con quella mano che non stava ferma, col bastone per dare addosso anche ai giornalisti, con la testa curva e le parole strascicate. Ma eri forte, andavi avanti e tutti ti volevano bene.
Certe volte penso alle immagini che ci facevano vedere in tivvù, quella memorabile in cui seduto sul trono, vecchio e stanco, agitavi le mani a tempo di musica insieme ai ragazzi. Penso che se hai attorno così tanta gente che ti da così tanto calore, che ti vuole così bene, che ti interrompe per applaudirti e non ti fa neanche finire di parlare, allora puoi fare cose straordinarie. E le hai fatte. Dopotutto, la metà dei cardinali polacchi sciava, no?
E penso che se nella tua vita dai tanto, poi potrai ricevere altrettanto. Me la ricordo la gente in Piazza San Pietro gli ultimi giorni. Me la ricordo e mi chiedevo cosa andassero a fare, dato che non ti avrebbero visto. Ma a loro non interessava vederti. Loro semplicemente c’erano. Tu li avevi cercati e loro erano venuti da te.
Ricordo che un giorno stavo andando in stazione a prendere la corriera e davanti a me camminava un ragazzo con l’Eastpak. Gli Eastpak sono fatti apposta per scriverci sopra e tutto il resto. Aveva una frase scritta sulla tasca: “Non c'è speranza senza paura, non c'è paura senza speranza. Giovanni Paolo II”. Non so se fosse mai venuto a vederti. Mi domandai perché avesse scelto di citare te quando tutta la gente della nostra età scrive sullo zaino frasi di Vasco o Bob Marley.
E poi, la tua ultima apparizione pubblica. Dentro alla bara, in realtà. Rivederlo ieri sera mi ha fatto piangere, il che sembra abbastanza normale considerato ciò che ho detto finora in proposito. Ma il fatto è, secondo me, che piangevo perché sapevo cosa veniva dopo. La bara in sé non ha niente di speciale. Neanche sapere che dopo ti avrebbero messo su quel tappeto e ci avrebbero appoggiato il vangelo aperto, farebbe piangere. Quello che fa piangere è vedere che le pagine girano, girano col vento fino alla fine e poi anche la copertina si chiude, come se una mano invisibile la girasse, per decretare che quella è davvero la fine.
Il fatto è che me ne sono resa conto troppo tardi. Ho saputo cosa significa fine solo quando è morta mia nonna. Forse l’hai vista, sono sicura che c’è anche lei lassù. Sono sicura che lo sa che mi manca, ma se la incroci puoi sempre ricordarglielo che non si sa mai.
Quand’è morta, un amico mi aveva avvertito: quando sarà nella bara aperta penserai che sta dormendo. Quando la chiuderanno penserai che forse le resta lo stesso un po’ di aria e se si sveglia bussa. Ma quando metteranno la lastra di marmo e chiuderanno la tomba, saprai che è finita davvero. E allora crollerai.
E dopo che sei crollata una volta, non ci vuole molto a ripeterlo. E quel vangelo che si chiude del tutto è un buonissimo motivo per crollare.
E sì, lo so, c’è la resurrezione e tutto il resto ma io sono appiccicata alla vita con tutte le mie forze, e non riesco a darmi torto, dopotutto.
Oggi ti hanno fatto beato. Adesso, se ci penso bene, avrei voluto essere anche io tra quelli che chiedevano “santo subito” quel giorno a Roma. Ma ancora non capivo.
Non so come può essere che una persona che non hai mai incontrato manchi, ma succede. Forse ti volevo più bene di quanto dimostravo al mondo.
martedì 22 febbraio 2011
Recensioni: La stanza dell'orso e dell'ape
Stanotte ho letto tutto di fila La stanza dell'orso e dell'ape di Michela Franco Celani e Patrizia Miotto. Tutto di fila perché ha 120 pagine, e perché ci sono libri che o li leggo di fila o non sono sicura di riuscire a finirli quando li ho chiusi a metà.Attenzione: anticipazioni sulla trama.
Se devo dire la verità, non è un libro che normalmente leggerei. Non c'è niente di quello che cerco in un libro: non c'è magia, non c'è investigazione, non c'è il lieto fine.
Normalmente non leggo biografie, specialmente se so già che vanno a finire male.
Normalmente non leggo di gente che muore di cancro, specialmente se ci muore a cinque anni e con un cancro grosso come un pallone.
Mia zia ha avuto il cancro. Mio padre ha avuto il cancro. Mia nonna ha avuto il cancro, ma lei non è riuscita a vincerlo. In genere evito di pensarci, se riesco. In genere sentire che parlano di cancro non mi da troppo fastidio se non ci penso. Anche mentre leggevo questo libro, mi dispiaceva per la bambina e per tutto quello che ha dovuto passare. Non sono sicura che se avessi una figlia con un tumore di quelle dimensioni (18x16x14cm) riuscirei a sopportarlo. Non so se lotterei con le unghie e con i denti per cercare di salvarla.
Poi arrivi alla fine del libro, leggi le ultime due righe, e tutto quello che non hai pianto fino a quel momento, esce.
« Non è che gli angeli mi fanno cadere quando mi vengono a prendere? »
« Non ti preoccupare. Gli angeli non hanno mai fatto cadere nessuno. »
E così ho spento la luce piangendo, e pensando che no, non cade mai nessuno quando gli angeli lo portano via. E che tutti quelli che se ne vanno così mancano terribilmente.
si parla di:
cancro,
libri,
michela franco celani,
patrizia miotto,
pianto,
recensioni
giovedì 2 dicembre 2010
Ma non è facile, lo sai
Una bella favola mi ha raccontato che
là sopra il tetto azzurro dell’immensità
con prati ed alberi
c’è un giardino che confini non ne ha
[…]
su questa terra un fiore nuovo spunterà
sarà bellissimo
dal profumo che fa un gesto di bontà
e già l’aspettano.
Il dolore di un lutto si articola in cinque fasi:
1. negazione
2. rabbia
3. auto-recriminazioni
4. depressione
5. accettazione
Mia nonna è morta un anno fa.
Sono passata dalla negazione alla rabbia alle auto-recriminazioni più o meno in un paio di ore. Mi ricordo. Mi ricordo di come all’inizio non mi cambiava la vita, di come mi sono poi resa conto che non ci sarebbe più stata, di come ho pianto perché egoisticamente la volevo ancora con noi.
Sono arrivata alla fase cinque, anche se in particolari momenti tendo a scivolare nuovamente nella fase quattro.
La verità è che, pur non avendola mai considerata molto, manca. Manca perché ti accorgi delle cose che non ci sono quando non le hai più.
L’altroieri sono stata in cimitero. Mi andava. Erano le cinque meno qualcosa, e non si vedeva niente, solo le luci delle tombe, tutte uguali. Una volta mio nonno aveva la lampadina rossa, ma ora che l’hanno cambiata non si vede più, ora è uguale alle altre e non illuminano nemmeno la foto sulla lapide, figurarsi il pavimento.
Ma ricorda, kat, Don Bepi dice che stanno lì a dormire. La morte non esiste, perché Dio ha creato l’uomo eterno. La morte è un’invenzione dell’uomo.
L’ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte (1Cor 15,26)
Perciò, nonna, se tu adesso stai bene dove sei, se è vero che la morte è solo un’invenzione, vuol dire che un giorno ci vedremo di nuovo. Vuol dire che potrò chiederti scusa per quando non si sono stata. Vuol dire che potrò ancora stare sotto al tuo ombrello come quando ero piccola ed eravamo felici.
E se mi viene da piangere mentre ci penso, se le lacrime cadono sulla tastiera senza che io possa fermarle, se scrivo ad occhi chiusi perché non ci vedo fuori, non vuol dire che sono triste. Forse sto solo aspettando che arrivi quel momento, perché adesso manchi.
Cos’è una goccia d’acqua se pensi al mare
un seme piccolino di un melograno
un filo d’erba verde in un grande prato
una goccia di rugiada, che cos’è?
[…]
qualcuno dice “un niente”, ma non è vero.
lunedì 1 novembre 2010
Trentatrentunouno
Il fatto è che quando sto bene (voglio dire, mediamente bene, senza troppe rogne e cose del genere) non sono ispirata di scrivere. Quindi non passo neanche di qui. Per fortuna, i blogghi non fanno la polvere e quando li riprendi in mano è di nuovo tutto come prima.
Riassunto delle puntate precedenti:
30/31 ottobre: beware of the (empty) pumpkins
![]() |
| Io (vampira), Ele (piratessa), Giulia (fantasma dell'ottocento), Beatrice (non si sa) © Marco |
Sabato 30 abbiamo fatto la festa di halloween del kemma. Gradito il costume, premiato quello più spaventoso. Alla fine, una mezza schifezza. Lo standard di divertimento dei bambini di 10-13 anni è il seguente: casinocasinocasino, patate fritte e cocacola. Stop. Puoi cercare di coinvolgerli in tutti i modi, ma la verità è che non funziona. Se poi ci aggiungiamo che anche i grandi non combinano niente di buono, io posso anche correre avanti e indietro col mio mantello frusciante ma non serve a niente. Non serve, e alla fine del pomeriggio sei talmente amareggiato e stanco che te la prendi anche con chi non ha fatto niente, vorresti solo perderti in un abbraccio e dimenticarti tutto, pulirti la faccia dalla palata di bianco che ti sei messa per essere più rediviva e farti dare un bacio, essere felice e basta.
1 novembre: tutti i santi
Tutti i santi vuol dire processione in cimitero. Come ci ripete sempre Don Bepi, “cimitero” è una parola greca che significa “dormitorio comune”. Non ho paura dei cimiteri, come in genere la maggioranza della gente che conosco. I morti non vengono di sicuro su dalle tombe, a meno che non sia un film di zombie, o che non sia halloween.
Ma io oggi non volevo andarci. A parte il fatto che pioveva, e in genere Don Bepi è ragionevole e con la pioggia non si processiona (ma oggi sì), io sapevo già che mi avrebbe fatto male. Io lo sapevo. Lo sapevo. Perché finché eravamo in chiesa a cantare le solite quattro canzoni a cappella, sarei stata lì anche tutto il pomeriggio, ma quando siamo usciti, quando hanno iniziato a cantare quella dannata canzone “io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore” dentro di me si è rotto qualcosa e ho iniziato a piangere. E io lo sapevo.
E davanti alla tomba di mia nonna, non ho potuto fare altro che piangere ancora. E poi è arrivata quella deficiente di mia cugina (perché ad una persona del genere non si può dire altro) che ha almeno 45 anni e, come se fosse la cosa più normale del mondo mi ha chiesto se stavo male che avevo tutti gli occhi rossi. In quel momento mi sono rimessa a piangere, lontano da lei. Perché il fatto è che se tu e quella scema di tua madre non avete versato una lacrima che fosse una quando è morta mia nonna (rispettivamente sua nonna e sua madre), non vuol dire che anche gli altri non lo facciano. Io non so quanto ho pianto. Io non ho fatto altro che piangere, tutta la sera, tutto il funerale, tutto il tempo al cimitero e tornando a casa. E oggi. Oggi, quelle canzoni.
« Forse noi non abbiamo il diritto di piangere come stiamo facendo, perché così facendo ci dimostriamo solo egoisti, facciamo vedere al mondo che non ci rassegniamo al fatto di averla persa per sempre, senza pensare che invece lei ora molto probabilmente sta bene, non sente più niente ed è felice. »
Iscriviti a:
Post (Atom)



