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venerdì 10 gennaio 2020

Abbasso la ciccia/11

Torno con Abbasso la ciccia perché non so più cos'altro inventarmi.

Stamattina pesavo 59,8 kg.

Sarebbe a dire che ho buttato in vacca tutto il duro lavoro della vita. Mi sono fatta in quattro per perdere 12 kg (in qualche fortunato giorno ero arrivata addirittura a pesarne 50 o 51) e adesso li ho quasi ripresi. Ogni mattina, quando mi peso e vedo che va su a vista d'occhio, quasi mi auguro di essere incinta, che almeno sarebbe un motivo valido per star diventando una balena (no, non sono incinta, e francamente per il momento non è neanche il caso).
Il fatto è che stavo già ingrassando un po' mentre stavo in fabbrica, perché tutto sommato stavo in piedi otto ore ma ero quasi ferma, il grosso del movimento lo facevo con le braccia, e non alzavo cose particolarmente pesanti da farmi fare ginnastica, e poi in mensa si mangiava bene. E figurarsi se io mi privo della pasta. Tutto raga, tutto, ma la pasta no. Da quando abito con Dav ho tagliato perfino il pane, perché non vale la pena di andare al panificio e quindi usiamo quello a fette, e giuro che mangio massimo due fette al giorno, e principalmente per pulire il piatto. Del tipo che se mi capita di mangiare dai miei, mia madre dopo un po' mi requisisce il pane dalle mani (e fa bene) perché altrimenti io lo finisco tutto, non perché ho fame ma perché è pane (ditemi che non sono l'unica).
La verità è che io ho voglia di mangiare. Non ho fame, è quello il fatto. Ho VOGLIA DI MANGIARE, che sarebbe a dire quando non è la pancia che ti dice "nutrimi", ma è la testa. È la testa che mi dice "c'è il pandoro, le merendine, i marshmallow, le sottilette, la coca coca e tutto il ben di dio del cesto di Natale eccetera", e io vorrei non ascoltarla, ma poi cedo perché è più facile stare ad aspettare Dav con la pancia piena. È più facile fare finta di niente e infilzare un marshmallow sullo stuzzicadenti per scaldarlo sul fornello. È più facile stare col culo sul divano invece che uscire a fare una passeggiata, specialmente ora che non so neanche dove andare perché la strada principale è pericolosa e la ciclabile inizia due chilometri più avanti, specialmente ora che ho una Switch e Zelda botw e una tv 65 pollici che mi torna comoda per sbavare su Link.
Se mangiassi solo quando ho fame, non mangerei mai. Neanche se mi alzo la mattina alle dieci e mezza e vado dritta al pranzo (per risparmiare 500 calorie della merendina), in quell'ora e mezza che aspetto non sento la pancia lagnarsi perché non le sto dando da mangiare. Perché non ne ha bisogno, ha un sacco di ciccia su cui sostentarsi.
Alla fine di ottobre avevo iniziato a scrivermi tutto ciò che mangiavo (la volta scorsa aveva funzionato, perché le cose "sbagliate" vano evidenziate e così l'obiettivo è avere una bella lista corta e pulita, ossia non ingozzarsi) ma dopo una decina di giorni mi sono stufata e mi sono tuffata nei cereali o nella maionese, non so. Mi sono arresa, come se fosse una possibilità. Come se nuotare nella Nutella fosse la soluzione ai rotoli di ciccia che sto nascondendo sotto la felpa.
Non lo è.
Non lo è, e io lo so, ma non so neanche cosa fare. Io ho voglia di mangiare, come a Jesolo quando mi alzavo a farmi gli spaghetti alle due di notte perché mi sentivo vuota e cercavo di riempirmi col cibo, solo che ora neanche gli spaghetti alle due di notte mi danno soddisfazione. Nel senso, la pasta da sempre soddisfazione, ma non mi fa sentire meglio. Né i biscotti, né le merendine, né il torrone, né i cereali, né il surimi coi fagioli e i peperoni, a volte neanche il panino col pomodoro. Mangio, e quando ho finito vorrei mangiare ancora perché non mi ha dato soddisfazione. Così finisce che 1. ho mangiato e non mi sono tirata su e 2. mi sento pure peggio perché so che domani mattina dovrò montare sulla bilancia e peserò di più (potrei non salirci, ma non cambierebbe molto).

Voi lo sapete, l'ho sempre detto chiaramente, non mi interessa essere una modella. Non me ne frega di entrare in una 38 e di avere delle gambe come stuzzicadenti e delle cosce che non si toccano neanche per sbaglio, non me ne frega di tutto ciò. Vorrei semplicemente essere normale, e anche se vista così non sembro particolarmente grassa, io mi sento enorme e non va bene. Si presume che a trent'anni una abbia fatto pace col suo corpo, ma non è così. Avevo fatto pace col mio corpo quando pesavo 55kg, che non erano in ogni caso il mio peso forma (a quanto pare dovrebbe essere 52) ma erano accettabili. Entravo nelle braghe, non dovevo preoccuparmi per la taglia delle magliette (qualche volta entravo in una S, non capitava da quando avevo tipo 12 anni), ero perfino andata al mare col costume. Nel senso, non coi pantaloncini.
E comunque, al netto delle paranoie sui vestiti, non posso pesare 60 kg perché mi fanno male i piedi e le ginocchia a tenermi su. Farà ridere, ma già ho problemi di postura per conto mio, ci mancano solo chili extra da farci pesare sopra. Giuro che a volte al lavoro volevo appoggiare il culo (e non potevo) perché mi facevano male i talloni a starci sopra.
La cosa peggiore di tutta la faccenda è che, finché stavo dai miei, non avevo libero accesso alle schifezze. Nel senso, al massimo rubacchiavo qualche merendina, una sottiletta, cose così, perché mia madre non faceva entrare in casa cose tipo le patatine e la coca cola e altra roba che ti ingrassi solo a guardarle la confezione. Adesso, col fatto che la spesa ce la facciamo e ce la godiamo, è molto più facile che nella credenza ci sia la coca cola (ne tengo un po' per le emergenze, tipo il mal di testa[1]) o le croccantelle o i marshmallow e cose così, perciò quando le hai sottomano è pure più facile mangiarle. La soluzione sarebbe non comprarle, e lo so perfettamente, ma non avere assolutamente niente da sbocconcellare mi manda ancora più fuori.

Note
^1 Giuro che è vero, in alcuni soggetti (tipo io) la caffeina aiuta per il mal di testa, e siccome non bevo caffè, la coca cola è la scelta più veloce. Ovviamente non sempre funziona, il più delle volte poi devo ricorrere alle pastiglie (che contengono caffeina, oltre ad altri principi attivi che mi stendono ma siccome funzionano amen).

martedì 8 gennaio 2019

Sono nella merda e mi servono consigli

Forse quello che volevo veramente era dimostrare che riuscivo a cavarmela, e guardandomi allo specchio avrei visto qualcuno che valeva.
Ma mi sbagliavo, io non vedo niente.

Ciao, mi chiamo kat, ho 29 anni 2 mesi e 24 giorni e non sono felice.
Certo immagino che in giro per il mondo ci sia un sacco di gente che non è felice, probabilmente è addirittura la maggioranza, ma io sono una stronza egoista e ora voglio pensare a me.
Non sono felice perché non so cosa fare della mia vita. Ho un lavoro che mi serve ma che detesto e che ogni giorno penso più o meno seriamente di lasciare. Ho un lavoro che mi serve ma che contribuisce in gran parte al mio umore nero, al mio precario stato di salute mentale e che mi provoca crisi di ansia con cadenza quasi giornaliera al solo pensiero di doverci andare. Certo immagino che quasi nessuno vada al lavoro tutto felice e contento, ma un conto è essere un po’ seccati e un conto è cercare non so dove la forza di strisciare alla macchina e guidare e una volta arrivata la forza di scendere ed entrare, e non girarmi davanti alla porta dell’armadietto e tornare da dove sono venuta.
 Voglio dire, quando lavoravo all’asilo non è che facessi i salti di gioia all’idea di andare e sì, odiavo quell’ora e mezza in cui dovevo stare a sorvegliare i nani mentre dormivano, ma tutto sommato sapevo che avevo il tempo per fare le mie cose, che avevo gli ordini sulla scrivania sotto forma di post-it, che potevo fare le cose nell’ordine che mi pareva, che potevo distrarmi a chiacchierare un po’ con la cuoca quando preparavamo la sala mensa, che nessuna delle maestre si sarebbe mai azzardata ad arrabbiarsi con me, perché dopotutto facevo quello che dovevo (e a volte pure di più).
Il lavoro di adesso lo odio. Non trovo una parola migliore. Odio il lavoro, odio il negozio, odio l’orario, odio aprire la porta e sentire l’odore di pizza e di fritto che aleggia anche nello spogliatoio, che mi investe appena entro, odio il congelatore che scricchiola ogni volta che lo apro, odio i cartoni della pizza che perdono un miliardo di pelucchi di cartone tipo nevicata, odio l’affettatrice che è sempre incrostata di prosciutto anche se la pulisco per mezzora, odio l’olio della friggitrice che si spande ovunque, odio le patatine, odio la pizza, odio la farina che per quanto spazzi continua a restare per terra e a farti scivolare, odio le pile di roba da lavare, odio la puzza di cibo che mi porto dietro giorno dopo giorno, non importa quanto mi lavo, ce l’ho addosso lo stesso, odio il capo che si arrabbia per niente e tira merda a destra e a manca, ma soprattutto odio i clienti. Li detesto. Quelli che vedo sempre, quelli che vedo una volta ogni tanto, quelli che entrano per la prima volta. Quelli di cui riconosco la voce al telefono, quelli che non so chi siano, quelli che manco si presentano. Quelli che ordinano una pizza tanto quanto quelli che ne ordinano dodici. Odio perfino quelli che passano davanti alla porta e prego in silenzio che non entrino. Non so se capite a che livello sono arrivata. Li odio e il più delle volte non so neanche come gestirli, specialmente quelli che mi entrano e ordinano la pizza sul momento. Non so cosa dirgli, non so cosa fargli, non so niente. Ogni tanto mi grippa il cervello e allora so che sarà merda a palate, anche se ultimamente il capo si sta un po’ tenendo (ma non so per quanto durerà). Il capo continua a dirmi di sorridere, cose così, dice che non sono a un funerale, ma si sbaglia, io sono a un funerale. Il mio, ogni benedetta sera che devo stare là. Non so cosa mi tiene dal mandare affanculo qualche cliente, così magari mi licenzia lui e via. Odio perfino il reminder automatico di maps che mi dice “x minuti per arrivare al lavoro, traffico scorrevole”. Devo trovare il modo di toglierlo.
Considero l’idea di licenziarmi circa cinquanta volte al giorno, considero come dire al capo che forse è meglio se inizia a guardarsi intorno per cercare un’altra persona perché non ho intenzione di fermarmi fino ad agosto, che prima di agosto potrei seriamente morire, potrei probabilmente impazzire, morire di asfissia perché l’ansia mi porta via l’aria e io non so come fare a respirare. Immaginatevi distesi a terra con un pianoforte appoggiato sopra di voi. Un pianoforte medio peserà sui duecento chili, chilo più chilo meno, e io ne peso 53, quindi fate voi i conti di quanto potrei resistere.
Allo stesso tempo so che licenziarmi è una pazzia, perché se davvero voglio andarmene da casa dei miei (sì, ovviamente sono ancora incastrata qua) devo avere un’entrata per pagare affitto e spese e tutto, e soprattutto perché ormai la gente non affitta a nessuno che non abbia in mano un contratto, preferibilmente indeterminato. Praticamente sono in una situazione paradossale per cui la banca mi tassa extra il conto corrente perché secondo loro sono ricca sfondata (secondo loro sopra i 5000 euro di deposito nel conto sei automaticamente Zio Paperone) e non posso farmene niente dei soldi perché sono troppo pochi (ovviamente) per comprarmi un posto dove andare e troppi per lasciarli là, e potrei pagarmi tranquillamente un anno di affitto (e più) anche da sola, ma nessuno mi darebbe niente perché senza un foglio di merda che certifica che entrano dei soldi è come se fossi una pezzente.
Tra l’altro, anche ponendo che io mi licenzi, non so dove andare a sbattere la testa per trovare dell’altro. Primo perche non so chi cerca cosa, quali ditte e quali figure, e secondo perché nemmeno io so cosa voglio fare, anche se l’importante sarebbe non avere a che fare con la gente, perché veramente non so più cosa inventarmi per gestirla. La gente non mi è mai piaciuta, ma ultimamente la detesto proprio. Mi fa proprio stare male. Fate conto che non esco di casa se non per andare al lavoro, a messa (sì, devo continuare ad andarci finché sto dai miei) e da Dav. Il resto del tempo lo passo a dormire (o a cercare di dormire) o seduta nella stanza della caldaia facendo finta di non esserci e angosciandomi pensando che tra x ore dovrò andare al lavoro. Se avessi un euro per ogni minuto di ansia, potrei pagarmi l’aiuto psicologico di cui ho evidentemente bisogno.
Ogni tanto (abbastanza spesso in realtà) penso che dovrei mollare tutto e andarmene a fare un'altra stagione, di nuovo a Jesolo, di nuovo noi due fuori dai piedi, e per un po’ l’idea sembra quasi buona, ma non lo è. Non lo è perché già l’idea di finire in un posto di merda mi preoccupa, e poi ci sarebbe la gente, e francamente sono anche stufa di lavorare di sera, di dover rientrare come un ninja mentre Dav dorme, di dovermene andare quando lui sta per rientrare. Vorrei che mangiassimo insieme almeno a cena, vorrei che ci alzassimo insieme (anche se lui a colazione è inavvicinabile), che partissimo alla stessa ora e che tornassimo più meno alla stessa ora, che potessimo avere del tempo per noi, ma finché uno lavora di giorno e l’altro di sera è impossibile. E credetemi, so che la famiglia del mulino bianco non esiste manco per il cavolo, che ce ne sarà forse una su un milione di famiglie, ma vorrei che fossimo una famiglia e non due persone che vivono nella stessa casa e che si vedono solo la notte. È per questo che devo andarmene, che devo trovare un lavoro di giorno, che devo trovare un posto dove possiamo stare insieme, un posto che sia casa. Non voglio finire come a casa mia che mio padre partiva molto presto la mattina perché aveva 45 minuti di strada per arrivare al lavoro, e tornava non prima delle sei e mezza della sera, e io e mia madre lo vedevamo in tutto tre ore alla sera, e non c’erano sabati che tenessero perché un po’ di ore di straordinario facevano comodo con una bambina. Non lo biasimo, ha fatto quello che doveva, ma non voglio che si ripeta questo copione. Non voglio che ci vediamo un paio d’ore. Non voglio che, se un giorno dovessimo avere dei bambini, ci vedano a rate anche loro.
Non so cosa inventarmi.
Qualsiasi consiglio è benaccetto, l'importante è che siano cose sensate e fattibili, non del tipo “molla tutto e vai a fare un viaggio rigenerante in Thailandia”, anche perché sapete benissimo che non ci andrei in ogni caso, neanche se le cose andassero bene.

venerdì 25 maggio 2012

Abbisogno di un consiglio

E siccome, a quanto si dice nella colonna di destra, ho 16 lettori fissi, mi piacerebbe che almeno due o tre di loro (mica tutti sedici) mi consigliassero, perché questo è uno dei dilemmi che magari a voi sembrano stupidi ma che per me sono grossi come una montagna perché comportano il doverne parlare con i miei. Dovete sapere che a casa mia riuscire a parlare di una cosa seria, tipo a cena o a pranzo, è praticamente impossibile, perché tanto mio padre guarda la tivù e guai a chi anche solo sussurra, che lui dice che non sente (anche quando le notizie le ha sentite già due volte a pranzo), e gli altri momenti non sono granché buoni. Ricordo ancora quanta fatica ho fatto per intavolare il discorso della macchina fotografica, e quanto avrei preferito fare un buco e mettermici dentro.
Il dilemma è il seguente: due notti fa (anche se da un po' ci pensavo) mi è venuta l'idea geniale di andare a farmi una settimana di vacanza in montagna. Ecco, di notte pareva geniale, di giorno un po' meno, ma succede sempre così. Dovete sapere che dalla seconda elementare alla prima superiore sono andata tutte le estati tre settimane in montagna coi miei in un posto che si chiama Falcade, che sta quasi sul confine col Trentino. Poi abbiamo smesso, perché io mi rompevo le scatole e perché anche i miei dicevano di avere altro da fare (come sempre, mia madre si fermava e mio padre veniva su per i weekend). Il concetto è che a loro non fregava niente della vacanza, ci portavano me per respirare aria buona e cose del genere, dato che sono sempre stata incline ai raffreddori e cose del genere. Gli ultimi anni siamo stati da un'amica di famiglia, che poi sarebbe dove andava in vacanza mio nonno (anche lui asmatico, anche quello è di famiglia), che si trova abbastanza in culo al paese, in cima a una salita che non finisce mai, ma è un posticino carino.
L'ho presa larga, ma non fa niente. Il concetto è questo: se io chiamassi la signora (sempre ammesso che sia ancora viva, sarà dalla quinta superiore che non la vedo più) e le chiedessi se per caso mi affitta l'appartamento per tipo la prima settimana di agosto (dopo i  centri estivi, per distrarmi. No, non mi hanno ancora presa, la selezione è martedì. E se mi prendono, i soldi dell'affitto posso metterli io, non voglio che i miei paghino per me) e lei mi dicesse che va bene, ammesso che lo affitti ancora, e io mi facessi portare su in macchina da mio padre e mi facessi venire a prendere il sabato successivo? Il concetto è: non voglio la macchina, che intanto in montagna non so guidarla e poi così devo andare a piedi e un po' di esercizio fa sempre bene. E poi dovrei arrangiarmi, e farmi da mangiare e pulire, e alzarmi presto per prendere il pane e fare la spesa, e poi magari nel pomeriggio posso fare una passeggiata con la macchina fotografica e riempire tutti gli otto giga di memory che ho. Oppure un giorno posso anche farmi un panino e andare a rifugi (magari uno in cui sono già stata, che non vorrei mai perdermi) e se piove posso sempre andare in biblioteca a prendermi qualcosa, mi daranno un libro da leggere.
La domanda per voi è questa: tutto quello che per me l'altra notte era una meravigliosa idea è effettivamente sensato? E se lo è e trovate che io debba buttarmi nell'impresa, come cazzo mi consigliate di dirlo ai miei?
Mi sento molto stile yahoo answers a chiedere una cosa del genere, ma ho davvero bisogno di qualche altro parere.