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lunedì 25 maggio 2015

Le cattive notizie viaggiano in fretta

[EDIT: potete saltare questo post e passare direttamente alla rettifica in quello successivo (qui)]
Poco dopo pranzo mi ha telefonato un tipo dell'Associazione comuni trevigiani, che sarebbe l'ente che gestisce il servizio civile qua nella provincia. Per circa due secondi mi è tremato il didietro del tipo: "Sono stata presa, ohmmerda, sono stata presa!" invece NO. Il tipo mi chiama per dirmi che sono seconda e se c'è qualche altro posto in cui vorrei andare, e mi fa i nomi di due paesi a tipo 20 minuti di macchina da casa mia. Tra l'altro io avevo segnato le preferenze il giorno del colloquio, visto che avevamo dovuto compilare un'altra pila di carte, e naturalmente i posti sfigati che mi nomina non sono tra i preferiti. Gli dico di no, che non sono tra le preferenze, e lui fa: ah, ok. (E comunque 1. ora che vado e torno mi mangio i 433 euro dello stipendio in benzina e 2. lui non l'ha detto ma ha sottinteso che poi ti scelgono anche lì, cioè non è che tu dici di sì e vai diretto, chi prima arriva meglio alloggia e cose varie).
Per dirvela tutta, ho controllato sul sito e la graduatoria comunque non è ancora uscita. Si vede che ci stanno avvisando in anticipo.
Appena ho messo giù il telefono (e in verità anche prima, mentre mi parlava) mi è venuta una strana sensazione, tipo: oh, wow, non sono presa, non dovrò fare trasporti di vecchi e gente in carrozzella che io detesto guidare, specialmente con una macchina che non è la mia e poi avrei fatto 142569 figure dimmerda una dopo l'altra ovunque. E poi, un'altra sensazione subito sopra, del tipo: ohmmerda, i miei mi ammazzano. Devo iniziare a trovare un altro lavoro, e questo vuol dire rovinarsi il fegato a portare/spedire curriculum che nessuno neanche guarderà e a sentirmi chiedere di nuovo dalla gente "allora, hai trovato un lavoro?/Cosa fai nella vita?" e veramente queste cose mi fanno venire l'esaurimento nervoso.
Mi sento male. E la cosa peggiore, è che se fossi stata presa, mi sentirei male lo stesso.
Credo di avere davvero qualche genere di problema.

domenica 29 settembre 2013

Ridere e morire

C'è un verso di una canzone che dice "e mi vien da ridere mentre mi sento morire" (è del Teatro degli Orrori, ma non chiedetemi il titolo perché non li ascolto, l'ho sentita per caso). Questo è esattamente come ti senti mentre passi del tempo con gente che ti piace ma che prenderesti a calci nel sedere per quello che combinano.
L'altra settimana ho rivisto dopo anni (letteralmente) il primo ragazzo che mi è piaciuto, quando ero alle medie. Ero ferma a chiacchierare poco fuori dalla biblio con una tipa e lui è passato in macchina con sua madre, ci ha viste, l'ha fatta fermare ed è sceso a salutarci, perché adesso sta a Londra. E io pensavo che dicesse tipo "ehi, raga, come vi va", invece è venuto da me ad abbracciarmi e darmi due baci, e io ho pensato per un secondo che una cosa del genere sarebbe dovuta succedere dieci anni fa, non ora che non me ne importa più niente.
Dicono che il cuore si spezza una volta sola, che tutte le altre sono solo graffi. Ma dimenticano di dire che fanno male da morire lo stesso, come quando ti tagli con la carta, che brucia da matti e non vuole passare mai.
La verità è che tutti i ragazzi che mi sono piaciuti nella vita, se li sono sempre presi delle altre, perché io ero solo l'amica a cui raccontare le cose, quella che stava a sentirli, quella a cui nessuno ha mai fatto i dispetti (anche se delle volte l'avrei davvero gradito). Io sono quella a cui raccontano cosa succede, quella che ascolta e non dice mai "porcatroia, non lei, devi venire a baciare ME, che se non altro me lo merito di più". Voi non avete idea di quante volte ho meditato di esplodere e non l'ho mai fatto. Così ora mi sta bene, rido e muoio un po' ogni giorno.

lunedì 10 giugno 2013

Se solo tu sapessi

I could be staring at somebody new
but stuck in my head is a picture of you

Io sono sempre lì che aspetto e ti vedo arrivare da lontano, da in fondo alla strada già so che sei tu, che cammini lentamente come fai sempre, un piede davanti all’altro come se fossi in equilibrio su una corda tesa a mezz’aria, con la musica nelle orecchie e i capelli tutti per conto loro.
Io sono lì, seduta sul gradino, che mi guardo le scarpe, quelle nuove con la bandiera inglese, a proposito delle quali non mi hai detto niente, avrei anche potuto avere ai piedi delle pantofole a forma di bufalo e non te ne saresti accorto, e ti guardo avvicinarti e penso che se solo muovessi quei piedi un po’ più velocemente avremmo qualche minuto in più da passare insieme.
E poi, quando arrivi, penso sempre che dovrei finire per saltarti addosso e abbracciarti, o qualcosa del genere, invece mi esce solo un “ciao” tutto stentato, come se tu fossi una di quelle persone che incroci per strada ma che non avevi intenzione di vedere, che praticamente fingi che non ci siano, vedi mai che non guardandole scompaiano. È questa la cosa stupida. Dovrei essere contenta di vederti, sono contenta di vederti, non vedo l’ora di vederti e ti saluto con lo stesso interesse che dedicherei a una zanzara spiaccicata sul muro, il che è praticamente pari a ZERO. Non c’è una volta che sia una che mi viene un po’ di entusiasmo nella voce.
Se solo tu sapessi.

martedì 16 ottobre 2012

Cose che succedono solo nei telefilm

Se questo fosse un telefilm americano, adesso uscirei dalla mia stanza calandomi dall’albero (che guarda caso ha i rami fin dentro alla finestra) ed entrerei in quella del mio migliore amico, che ovviamente abita nella casa accanto, come niente fosse, magari scalando il supporto per la glicine o qualcosa del genere.
Ma questo non è un telefilm americano, io ho l’inferriata alle finestre e il mio migliore amico non abita più a cinquanta metri da me (e anche quando ci abitava, dovevo comunque entrare dalla porta d’ingresso, e magari anche salutare i suoi). Questo per dire che cresciamo pensando che sia tutto così facile, e invece il mondo ti frega. E che non sempre c’è qualcuno disposto a stare ad ascoltarti alle tre di notte come se niente fosse, anzi, che a volte nessuno vuole ascoltarti, neanche se l’orario è più decente.

Avrei proprio bisogno di un abbraccio, ma incredibilmente forte, da non farmi respirare, da sentire che c’è qualcuno che mi vuole bene e mi tiene al caldo, che qua i giorni si fanno sempre più bui e freddi. Se questo fosse un telefilm americano, potrei mettermi ad abbracciare una persona a caso per strada, e poi potrebbe addirittura succedere che diventasse il mio ragazzo. Ogni tanto sarebbe figo vivere in un telefilm.

venerdì 28 settembre 2012

Bungee jumping senza elastico

Oggi era una di quelle giornate in cui farei il bungee jumping senza elastico o, in alternativa, attraverserei la strada col rosso e gli occhi bendati, sperando che tutte le macchine abbiano i freni rotti.
È iniziata male già da stamattina, quando la sveglia del cell ha deciso di non suonare. Non è la prima volta e pare che si risolva da solo, ma intanto mi scoccia andare a dormire con l’angoscia di non sapere se mi sveglierò all’ora giusta. Certo potrei portarmi in camera una sveglia normale, ma il ticchettio mi fa diventare scema. Quando andavo a scuola, nel weekend la traslocavo sempre, per dormire almeno una notte tranquilla.
È proseguita male perché mentre guardavo E.R. mi è arrivato un messaggio dell’agenzia di collocamento che mi diceva (per la prima volta da aprile) che a Motta (circa 15-20km da casa mia) cercano un’impiegata commerciale e di chiamare in agenzia. Ora, l’altro posto in cui ho portato il curriculum è una libreria, ed è anche più vicina a casa, e la verità è che io non voglio fare fatture. Il mio sogno è lavorare in libreria, quindi sarà meglio che si affrettino a chiamarmi. Non chiedo tanto, almeno un colloquio. Sono secoli che porto in giro curriculum e non mi chiamano neanche a colloquiare. Comunque vabbè, ho deciso che gli do tempo ancora il weekend e lunedì chiamerò l’agenzia. Piuttosto che chiamarli vorrei sotterrarmi, ma poi mia madre mi rompe che me la sto prendendo comoda.
Dopodiché, mentre guardavo Grey’s Anatomy (non mi fa né caldo né freddo, ma sono dottori e tanto basta) ha iniziato mia nonna a tediarmi, che se non mi tedia per delle cose inutili almeno due volte al giorno non è contenta.
A pranzo, dopo aver aspettato mia madre fino all’una passata che ormai me l’ero già figurata giù per il fosso, ho ingurgitato una quantità spropositata di spaghetti al tonno e pomodoro, che per gli spaghetti non ho mai misura, ma almeno non ho avuto fame per il resto del pomeriggio.
Il pomeriggio in biblio è andato via quasi liscio, a parte il fatto che ho perso tre ore a trovare la due metà dei foglietti dei prestiti da scaricare e a bestemmiare in sanscrito perché quando le cose vengono fatte da gente che non capisce quello che gli spieghi poi trovi solo confusione e ci metti metà tempo per sistemare e l’altra metà per fare il lavoro. Alle sei e mezza, quando ormai la voglia di attraversare l’incrocio bendata stava calando, è arrivato Marco. Abbiamo chiacchierato un po’ mentre rovistavo tra i foglietti, ma ormai lavoravo male perché avevo le dita praticamente assiderate, così gliele ho ficcate dentro al colletto della felpa, che è sempre calduccio, e per un po’ è stato tutto come una volta, col mondo un po’ meno buio e la voglia di legarmi l’elastico alle caviglie prima di saltare. A volte mi chiedo perché non lo bacio. Penso che mi farebbe bene. Ma tornare a casa col suo profumo sulle dita e rendertene conto un secondo prima di lavarti le mani è già una bella sensazione.