sabato 23 marzo 2019

Toccata e fuga

Passo in fretta per dirvi due cose.
Ho un lavoro (fino alla fine del mese per ora, ma sono fiduciosa) e presto se tutto va bene potrei avere anche una casa con Dav (in affitto chiaramente, perché aspetto che mia nonna mi lasci la parte dove abita lei, dato che ha 93 anni).
Ulteriori news il mese prossimo (cioè tra una o due settimane credo) appena ci sono degli sviluppi.
Incrociate tutto l'incrociabile, grazie.

lunedì 18 febbraio 2019

Overthinking

When I need motivation
my one solution is my queen
cause she stays strong
[...] oh I think that I found myself a cheerleader
she is always right there when I need her.

Non so se avete presente il meme della signora confusa coi calcoli matematici sullo sfondo, ma io mi sento così tutte le volte che guardo gli annunci di lavoro e mi chiedo se troverò mai qualcosa che fa per me, se mai si accontenteranno e mi assumeranno, se mi chiameranno almeno per sentire cos'ho da dire. Mi sento così tutte le volte che, prima ancora di leggere l'annuncio per intero, guardo il luogo di lavoro e inizio a fare complicati calcoli in termini di strada e di orari dei turni e cose del genere e i conti non mi quadrano mai.
Sarà che la matematica non è la mia materia, ma i conti non quadrano davvero mai.
L'altra sera scrollando su Insta c'era questa immagine che vi metto qua sotto, e improvvisamente ho capito un sacco di cose della mia vita (i conti continuano a non quadrare ma è un altro discorso), oserei quasi dire che le cose avevano improvvisamente un senso, questa impressione di avere un incudine appesa sulla testa appena faccio una mossa, questa sensazione di essere bloccata dal fatto di fare e contemporaneamente non fare le cose (nel senso, so che dovrei farle ma poi non lo faccio perché temo le conseguenze, pur sapendo che anche non farle porta delle conseguenze, di altro tipo ma pur sempre conseguenze, e qualche volta pure più temibili).
E pur avendo improvvisamente capito che non sono l'unica e che è tutto associato all'ansia (sempre lei, la stronza) e alle manie di perfezionismo che non so come contemporaneamente ho e non ho (voglio dire, guardatemi. Giro per casa in pigiama, sulla mia scrivania è praticamente esplosa una bomba e io continuo a buttarci sopra cose e occasionalmente a fare spazio spostandole di lato col braccio, e allo stesso tempo non accetto da me stessa niente che non sia quantomeno perfetto. Del tipo, se devo mettermi a parlare con uno in inglese, o ci parlo come se fossi appena uscita da Oxford o non ci parlo. Ovviamente questo si traduce praticamente sempre in non ci parlo, né ora né mai. Le figuracce non sono contemplate).
Credo che abbia a che fare con il fatto che i miei hanno passato tutti gli anni della scuola a mettermi in testa che studiare era il mio dovere e che bisognava fare bene (per cosa poi? Sono a casa come quelli che hanno preso 59 e un calcio in culo. Oppure peggio, loro magari lavorano pure) e sbuffavano se prendevo meno di distinto (che equivarrebbe a un 9 di adesso), anche se mia madre dice che non è vero. Come non è vero madre, facevate di quelle sceneggiate napoletane quando portavo a casa voti che non vi stavano bene che era tutto il pomeriggio una lotta per convincervi a firmare stocazzo di voto che altrimenti il giorno dopo era una crocetta per non aver firmato e poi avrei preso la nota che in loop non avreste voluto firmare eccetera. Che poi sta cosa di non firmare un voto che non ti sta bene non l'ho capita. Non è che devi accettarlo, una volta che la prof l'ha scritto te lo tieni, non è che se a mia madre non sta bene che io abbia preso buono e non distinto allora me lo cambia.
Comunque, lo sto facendo di nuovo. Sono partita da un problema e ce ne ho messi sopra altri sette. Dopotutto l'overthinking è sport nazionale per noi ansiosi. Siamo medaglie d'oro di overthinking.

sabato 2 febbraio 2019

News

Alla fine mi sono licenziata.

Sì, mi sono licenziata con un preavviso di 17 giorni perché sono una brava persona e sono arrivata alla fine della settimana cuccandomi anche il weekend (fossi stata una stronza avrei finito al quindicesimo giorno, che era il venerdì e poi chi s'è visto s'è visto).
Sono moderatamente felice perché so che non ci devo andare più, che non devo stare con l'angoscia di sentire la sveglia che mi ricorda di dovermi vestire e partire mentre per tutto il pomeriggio non ho fatto altro che guardare l'orologio per sapere quanto tempo mi restava, che non devo più alzare il telefono e sentire gente cagacazzi tipo "Sì, buonasera parla C" e rispondere "buona. sera. prego." dove al posto del buonasera sillabato ci stava un vaffanculo tuo e le tue pizze fantasiose del cazzo (tanto per capirci, questa persona non sapeva neanche cosa andava sopra alle sue stesse pizze che ordinava tutte le settimane uguali identiche. Quando si incartava iniziava a dirmi "si ma le pizze di C, i ragazzi sanno". Non so se capite il livello).
Sono moderatamente felice perché non mi devo più stressare per quello, ma in realtà ora mi stresso per altro. Ho mandato curriculum come se piovesse, mi sono iscritta in tutti i siti e ho inviato candidature per i posti più disparati (gli unici criteri sono: vicini, di giorno, senza clienti tra le palle). Questa settimana ho già fatto due colloqui alle agenzie perché tanto ormai o passi per di là o pochissime aziende si occupano da sole di trovarsi la gente (e di mettere gli annunci ovviamente) e mi hanno proposto due cose in due posti in cui fanno cibo (una pizze e una non si sa bene) e a me potrebbe anche andare di finire in fabbrica, ma avevo anche detto che avrei preferito lavorare di giorno e invece qua sono turni, non la notte ma turni lo stesso. Che sarebbe a dire che una settimana sì e una no toccherebbe fare 14-22 e siamo alle solite. Poi vabbè, per quello che ne so magari non si fanno neanche più sentire, o come al solito magari assumono qualcuno che ha esperienza pluriennale e cazzate varie.
Qualcosa salterà fuori, spero.
Ho paura di dover tornare a Jesolo, e credetemi per quanto nella mia testa Jesolo sia il posto dove tutto è possibile, il paese dei balocchi, il posto da cui non avrei mai voluto tornare indietro, so che là finirei ad incastrarmi in un lavoro che sicuramente non voglio, con orari del cavolo come l'anno scorso, e per quanto significherebbe lo stesso vivere con Dav, non è quello che voglio. Non è il modo in cui deve succedere.
E ok, ditemi che sono choosy, come a suo tempo disse la famosa ministra, ma se devo fare un lavoro di merda, se devo vivere col mio ragazzo e non incrociarlo mai, se devo andarmene di casa e pagare l'affitto e le bollette e sopportare i vicini e tutto e non avere una gioia in cambio, faccio a meno. Resterò povera e tutto, ma almeno un po' di sanità mentale forse la conservo, in attesa della buona occasione.

martedì 8 gennaio 2019

Sono nella merda e mi servono consigli

Forse quello che volevo veramente era dimostrare che riuscivo a cavarmela, e guardandomi allo specchio avrei visto qualcuno che valeva.
Ma mi sbagliavo, io non vedo niente.

Ciao, mi chiamo kat, ho 29 anni 2 mesi e 24 giorni e non sono felice.
Certo immagino che in giro per il mondo ci sia un sacco di gente che non è felice, probabilmente è addirittura la maggioranza, ma io sono una stronza egoista e ora voglio pensare a me.
Non sono felice perché non so cosa fare della mia vita. Ho un lavoro che mi serve ma che detesto e che ogni giorno penso più o meno seriamente di lasciare. Ho un lavoro che mi serve ma che contribuisce in gran parte al mio umore nero, al mio precario stato di salute mentale e che mi provoca crisi di ansia con cadenza quasi giornaliera al solo pensiero di doverci andare. Certo immagino che quasi nessuno vada al lavoro tutto felice e contento, ma un conto è essere un po’ seccati e un conto è cercare non so dove la forza di strisciare alla macchina e guidare e una volta arrivata la forza di scendere ed entrare, e non girarmi davanti alla porta dell’armadietto e tornare da dove sono venuta.
 Voglio dire, quando lavoravo all’asilo non è che facessi i salti di gioia all’idea di andare e sì, odiavo quell’ora e mezza in cui dovevo stare a sorvegliare i nani mentre dormivano, ma tutto sommato sapevo che avevo il tempo per fare le mie cose, che avevo gli ordini sulla scrivania sotto forma di post-it, che potevo fare le cose nell’ordine che mi pareva, che potevo distrarmi a chiacchierare un po’ con la cuoca quando preparavamo la sala mensa, che nessuna delle maestre si sarebbe mai azzardata ad arrabbiarsi con me, perché dopotutto facevo quello che dovevo (e a volte pure di più).
Il lavoro di adesso lo odio. Non trovo una parola migliore. Odio il lavoro, odio il negozio, odio l’orario, odio aprire la porta e sentire l’odore di pizza e di fritto che aleggia anche nello spogliatoio, che mi investe appena entro, odio il congelatore che scricchiola ogni volta che lo apro, odio i cartoni della pizza che perdono un miliardo di pelucchi di cartone tipo nevicata, odio l’affettatrice che è sempre incrostata di prosciutto anche se la pulisco per mezzora, odio l’olio della friggitrice che si spande ovunque, odio le patatine, odio la pizza, odio la farina che per quanto spazzi continua a restare per terra e a farti scivolare, odio le pile di roba da lavare, odio la puzza di cibo che mi porto dietro giorno dopo giorno, non importa quanto mi lavo, ce l’ho addosso lo stesso, odio il capo che si arrabbia per niente e tira merda a destra e a manca, ma soprattutto odio i clienti. Li detesto. Quelli che vedo sempre, quelli che vedo una volta ogni tanto, quelli che entrano per la prima volta. Quelli di cui riconosco la voce al telefono, quelli che non so chi siano, quelli che manco si presentano. Quelli che ordinano una pizza tanto quanto quelli che ne ordinano dodici. Odio perfino quelli che passano davanti alla porta e prego in silenzio che non entrino. Non so se capite a che livello sono arrivata. Li odio e il più delle volte non so neanche come gestirli, specialmente quelli che mi entrano e ordinano la pizza sul momento. Non so cosa dirgli, non so cosa fargli, non so niente. Ogni tanto mi grippa il cervello e allora so che sarà merda a palate, anche se ultimamente il capo si sta un po’ tenendo (ma non so per quanto durerà). Il capo continua a dirmi di sorridere, cose così, dice che non sono a un funerale, ma si sbaglia, io sono a un funerale. Il mio, ogni benedetta sera che devo stare là. Non so cosa mi tiene dal mandare affanculo qualche cliente, così magari mi licenzia lui e via. Odio perfino il reminder automatico di maps che mi dice “x minuti per arrivare al lavoro, traffico scorrevole”. Devo trovare il modo di toglierlo.
Considero l’idea di licenziarmi circa cinquanta volte al giorno, considero come dire al capo che forse è meglio se inizia a guardarsi intorno per cercare un’altra persona perché non ho intenzione di fermarmi fino ad agosto, che prima di agosto potrei seriamente morire, potrei probabilmente impazzire, morire di asfissia perché l’ansia mi porta via l’aria e io non so come fare a respirare. Immaginatevi distesi a terra con un pianoforte appoggiato sopra di voi. Un pianoforte medio peserà sui duecento chili, chilo più chilo meno, e io ne peso 53, quindi fate voi i conti di quanto potrei resistere.
Allo stesso tempo so che licenziarmi è una pazzia, perché se davvero voglio andarmene da casa dei miei (sì, ovviamente sono ancora incastrata qua) devo avere un’entrata per pagare affitto e spese e tutto, e soprattutto perché ormai la gente non affitta a nessuno che non abbia in mano un contratto, preferibilmente indeterminato. Praticamente sono in una situazione paradossale per cui la banca mi tassa extra il conto corrente perché secondo loro sono ricca sfondata (secondo loro sopra i 5000 euro di deposito nel conto sei automaticamente Zio Paperone) e non posso farmene niente dei soldi perché sono troppo pochi (ovviamente) per comprarmi un posto dove andare e troppi per lasciarli là, e potrei pagarmi tranquillamente un anno di affitto (e più) anche da sola, ma nessuno mi darebbe niente perché senza un foglio di merda che certifica che entrano dei soldi è come se fossi una pezzente.
Tra l’altro, anche ponendo che io mi licenzi, non so dove andare a sbattere la testa per trovare dell’altro. Primo perche non so chi cerca cosa, quali ditte e quali figure, e secondo perché nemmeno io so cosa voglio fare, anche se l’importante sarebbe non avere a che fare con la gente, perché veramente non so più cosa inventarmi per gestirla. La gente non mi è mai piaciuta, ma ultimamente la detesto proprio. Mi fa proprio stare male. Fate conto che non esco di casa se non per andare al lavoro, a messa (sì, devo continuare ad andarci finché sto dai miei) e da Dav. Il resto del tempo lo passo a dormire (o a cercare di dormire) o seduta nella stanza della caldaia facendo finta di non esserci e angosciandomi pensando che tra x ore dovrò andare al lavoro. Se avessi un euro per ogni minuto di ansia, potrei pagarmi l’aiuto psicologico di cui ho evidentemente bisogno.
Ogni tanto (abbastanza spesso in realtà) penso che dovrei mollare tutto e andarmene a fare un'altra stagione, di nuovo a Jesolo, di nuovo noi due fuori dai piedi, e per un po’ l’idea sembra quasi buona, non lo è. Non lo è perché già l’idea di finire in un posto di merda mi preoccupa, e poi ci sarebbe la gente, e francamente sono anche stufa di lavorare di sera, di dover rientrare come un ninja mentre Dav dorme, di dovermene andare quando lui sta per rientrare. Vorrei che mangiassimo insieme almeno a cena, vorrei che ci alzassimo insieme (anche se lui a colazione è inavvicinabile), che partissimo alla stessa ora e che tornassimo più meno alla stessa ora, che potessimo avere del tempo per noi, ma finché uno lavora di giorno e l’altro di sera è impossibile. E credetemi, so che la famiglia del mulino bianco non esiste manco per il cavolo, che ce ne sarà forse una su un milione di famiglie, ma vorrei che fossimo una famiglia e non due persone che vivono nella stessa casa e che si vedono solo la notte. È per questo che devo andarmene, che devo trovare un lavoro di giorno, che devo trovare un posto dove possiamo stare insieme, un posto che sia casa. Non voglio finire come a casa mia che mio padre partiva molto presto la mattina perché aveva 45 minuti di strada per arrivare al lavoro, e tornava non prima delle sei e mezza della sera, e io e mia madre lo vedevamo in tutto tre ore alla sera, e non c’erano sabati che tenessero perché un po’ di ore di straordinario facevano comodo con una bambina. Non lo biasimo, ha fatto quello che doveva, ma non voglio che si ripeta questo copione. Non voglio che ci vediamo un paio d’ore. Non voglio che, se un giorno dovessimo avere dei bambini, ci vedano a rate anche loro.
Non so cosa inventarmi.
Qualsiasi consiglio è benaccetto, l'importante è che siano cose sensate e fattibili, non del tipo “molla tutto e vai a fare un viaggio rigenerante in Thailandia”, anche perché sapete benissimo che non ci andrei in ogni caso, neanche se le cose andassero bene.